Mi è capitato raramente di innamorarmi di un’azienda, eppure questa volta non ho potuto fare altrimenti. Vaia è una start-up nata nel settembre 2019 da tre ragazzi: un esempio perfetto di impresa virtuosa in cui tutte le parti in gioco riescono a trarre un guadagno. L’azienda, l’ambiente, l’artigianato locale. Giuseppe, uno dei fondatori, mi ha raccontato la storia di Vaia, che condivido in questa sede nella speranza che sempre più progetti possano prendere esempio da quello che penso sia l’unico modello funzionale per un futuro sostenibile.

L’economia circolare come unico modello per un futuro sostenibile

Il modello economico su cui si basano i nostri mercati, dall’epoca industriale ad oggi, viene definito lineare: l’azienda produce un bene, il consumatore lo acquista e lo usa, al termine dell’utilizzo diventa rifiuto. Qui si apre un universo: esiste la possibilità di riciclo – anche se, come abbiamo visto più volte, il riciclo purtroppo non è una risposta adeguata. Molti materiali, come ad esempio la plastica (la cui percentuale di riciclo è quasi irrisoria rispetto le quantità di produzione), dopo alcuni ricicli non sono più utilizzabili quindi andranno smaltiti come rifiuto indifferenziato, a mezzo inceneritori i quali provocano tonnellate di gas tossici che contribuiscono al surriscaldamento globale. Salvo che non venga, come spesso purtroppo avviene, dispersa nell’ambiente.

La società attuale, imperniata sul consumismo che ha fatto del concetto di usa-e-getta il proprio baluardo, ci spinge ad acquistare beni in maniera compulsiva per sopperire a bisogni indotti ed irreali (i quali si rivelano immediatamente obsoleti spingendoci alla rincorsa di un nuovo bisogno illusorio). Ciò ha aumentato all’ennesima potenza gli effetti collaterali dell’economia lineare, in relazione alla produzione di rifiuti che continua dunque ad aumentare in maniera esponenziale.

Posto che, a mio (utopistico) avviso, la vera soluzione per sopperire a questo dramma sarebbe quella di assumere consapevolezza in relazione ai nostri bisogni, imparando a distinguere quelli reali da quelli indotti dal mercato, l’unica soluzione ragionevole e realisticamente percorribile per un futuro sostenibile è puntare sull’economia circolare, ovvero, già in sede di produzione di un bene, individuarne lo smaltimento al termine dell’utilizzo.
Questo può significare da un lato rendere il prodotto smaltibile in maniera organica, così come la natura ci insegna. Poiché ciò non è sempre possibile, altra via è quella di provvedere a politiche di smaltimento per cui il prodotto (un esempio qualunque: la lavatrice) quando deve essere smaltito, torna alla casa madre che si occupa di recuperare i componenti funzionali. In sostanza: responsabilizzare le aziende produttrici dei beni in relazione alla loro destinazione una volta che diventeranno rifiuto.

Per questo quando ho scoperto il progetto Vaia, oggi start-up, che a mio avviso rappresenta un’iniziativa esemplare di economia virtuosa, non ho potuto fare a meno di condividerne i contenuti nella speranza che altre persone possano prendere ispirazione da questo progetto e riapplicarne il modello anche ad altri settori del mercato.

La tempesta

Era la notte tra il 28 e il 29 ottobre del 2018 quando Vaia, una potente tempesta scatenatasi al culmine di ondate di maltempo persistenti, ha raso al suolo intere valli delle Dolomiti: la velocità del vento raggiungeva i 200 km orari e decine di migliaia di ettari di foresta sono stati letteralmente spazzati via. Il disastro ha assunto proporzioni elefantiache e i suoi effetti si sono dispiegati su più fronti: la tragica morte di due persone prima di tutto, l’ambiente (la stima del numero di alberi distrutti in tre giorni è di 43 milioni ), la sicurezza pubblica derivante dal dissesto idrogeologico. Senza alberi che trattengono il terreno grazie alle proprie radici, il suolo è facilmente soggetto a pericolose frane e smottamenti. Con le parole non è facile descrivere in maniera appropriata il disastro causato dalla tempesta che, come spiega un meteorologo al minuto 2.10 di un docufilm sulla tempesta Vaia: “oggi l’atmosfera è surriscaldata rispetto al passato, quindi ha molta più energia e ai fenomeni intensi probabilmente dovremo abituarci sempre di più” [potete vedere il video cliccando QUI]

Il risultato del passaggio di Vaia: un’area enorme completamente distrutta, migliaia di alberi rasi al suolo da smaltire, un terreno dissestato che andrebbe recuperato ed un grande dolore degli abitanti.

Dalla crisi all’opportunità

Ho avuto modo di conoscere Giuseppe, uno dei tre ragazzi che hanno ideato il progetto meraviglioso che mi auspico possa essere da esempio per altri giovani imprenditori. Giuseppe, che ha 27 anni, ha conosciuto casualmente Federico nel 2016 a Vicenza. Federico è originario di Trento ma durante i giorni della tempesta si trovava a Ferrara: provate a immaginare la preoccupazione per la famiglia con la quale non riusciva a entrare in contatto. Tornato in terra natia, Federico ha vissuto sulla propria pelle la ferita che è stata inferta da Vaia sul territorio, uno spettacolo spaventoso. E’ nata così, dall’intento di Federico, Giuseppe e Paolo, l’idea di fare qualcosa di concreto per poter sopperire a questo disastro.

Rivolgendosi agli artigiani locali, hanno strutturato una maniera per recuperare il legno degli alberi sradicati (quello ancora utilizzabile ai fini della lavorazione) e mettere letteralmente nelle loro mani la produzione di amplificatori naturali. Il prodotto della start-up consiste infatti in un cubo che, fungendo da cassa di risonanza, amplifica i suoni del cellulare che viene sullo stesso appoggiato.
Un’idea semplice che porta con sé una grande simbologia: quella dell’amplificazione e della risonanza, per rendere voce a tutto quello che è stato distrutto. Dalla tempesta e, aggiungerei, in parte, dall’uomo. Già, perché come ricorda il meteorologo nel docufilm che ho inizialmente citato, i cambiamenti climatici ed il surriscaldamento dell’atmosfera terrestre renderanno il pianeta sempre più soggetto a fenomeni meteorologici imprevedibili e violenti a cui dovremmo imparare a far fronte.

Questo progetto, oltre che occuparsi del rendere dignità e utilità alle migliaia di alberi distrutti dalla tempesta, produce un prodotto del tutto ecosostenibile: il cubo è in abete e il cono amplificatore in larice, due delle specie di alberi più comuni nelle zone distrutte. Oltre ad essere definito come materiale “eternamente riciclabile”, il legno è del tutto naturale pertanto anche qualora venisse assurdamente perso in un bosco o in mare, tornerebbe alla terra senza alcun tipo di danno ambientale. Vaia inoltre investe sull’artigianato aiutando l’economia locale, anch’essa gravemente danneggiata dalla tempesta: ogni singolo cubo venduto dall’azienda è stato prodotto a mano da un artigiano delle terre colpite. La spaccatura a metà del cubo, ognuna diversa da qualsiasi altro cubo, vuole richiamare la ferita subita. Un detto zen, recita: “la ferita è la fessura da cui entra la luce“.
Infine, non contenti, Federico, Giuseppe e Paolo, hanno provveduto a stipulare accordi con le amministrazioni locali, al fine di piantare un albero per ogni prodotto venduto sul sito di VAIA.

Il futuro di VAIA

Cosa ne sarà quando il legno sarà terminato? Giuseppe mi ha spiegato che per smaltire tutti quegli alberi ci vorrebbero decenni. Ad ogni modo, una volta avviata l’azienda, l’intento è quello di recarsi in zone del mondo in cui esiste uno spreco di risorse, sia a fronte di cataclismi ambientali, sia che gli sprechi avvengano in virtù di eventuali gestioni sconsiderate delle risorse (come purtroppo avviene diffusamente) e riapplicare il modello di Vaia, cucendolo sartorialmente sul territorio di riferimento e sulle sue esigenze.

Non conosco molti altri esempi aziendali altrettanto virtuosi di sostenibilità: mi auspico di cuore che il modello Vaia funzioni e che abbia modo, in un futuro prossimo, di poter essere applicato a tante altre situazioni in cui le risorse primarie della terra rischiano di essere sprecate: ormai di sprechi, su questa terra, non possiamo proprio più permettercene.

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