La quantità di alimenti prodotti dall’industria è decisamente maggiore rispetto al fabbisogno della popolazione. Ne è prova la quantità di invenduto che viene destinato alla pattumiera. In che termini avviene questo spreco alimentare? Ho conosciuto una giovane donna e madre, ex-dipendente di supermencato che ha scelto di condividere il racconto degli anni della sua esperienza lavorativa. Sono rimasta stupefatta nel sentire i racconti di spreco quando nel mondo ancora troppe persone vivono sotto la soglia di povertà.

I numeri degli sprechi alimentari

I numeri dello spreco alimentare sono da capogiro: i dati della Food and Agriculture Organization (FAO) parlano di circa 1.200 miliardi di cibo sprecato annualmente. Di fatto, un terzo della produzione globale finisce in pattumiera: lo spreco coinvolge tutte le fasi della filiera: dalla produzione al consumo. Rientrano nel mirino sia lo spreco domestico, dovuto alle sconsiderate abitudini di consumo proprie del mondo occidentale, che lo spreco industriale derivante dalla sovrapproduzione di risorse rispetto al fabbisogno reale per cui la grande distribuzione finisce sempre per trasformare in rifiuto grossa parte del cibo ancora edibile, in virtù delle normative legate alle date di scadenza (generalmente anticipate rispetto all’effettivo deterioramento del bene) oltre alle politiche aziendali dei supermercati a riguardo. Ed è proprio su questo ultimo punto che desidero soffermarmi.
Nel frattempo, più di 700 milioni di persone al mondo vivono sotto la soglia di povertà. A questo link sul sito di Action-Aid potrete trovare dati aggiornati. Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) 870 milioni di persone, oggi, soffrono la fame. E’ immediato comprendere quanto questa situazione, oltre che iniqua, non sia affatto sostenibile.

Le conseguenze dello spreco hanno anche importanti risvolti ambientali: lo spreco energetico e l’emissione di gas nocivi durante la fase di produzione di cibo che andrà per due terzi sprecato, oltre alla generazione di una enorme quantità di rifiuti dell’invenduto, tra organico ancora edibile e packaging.

I curiosi racconti di una ex dipendente di supermercato

Mi è capitato di fare amicizia con A., giovane donna che ha lavorato per due anni in un piccolo supermercato del Nord Italia: le condivisioni dei suoi racconti sono state un ottimo spunto di riflessione. L’intento di questo post è quello di portare il consumatore a riflettere sulle dinamiche di produzione e distribuzione ed assumerne consapevolezza.
A. è mi ha raccontato, come prima cosa, le modalità di smaltimento dei freschi: yogurt, latte, burro, uova, pasta sfoglia e simili. La politica aziendale prevedeva che ogni giorno si dovessero raccogliere dal reparto dedicato, tutti i beni che sarebbero scaduti non uno, ma due giorni dopo. Tali prodotti andavano prelevati e smaltiti ovvero rovesciati in blocco (seppur neanche scaduti) nel cassonetto posto sul retro del supermercato, in cui finiva di tutto indifferenziatamente: vetro, cartoni, organico e così via.

A. osserva che due giorni, per un fresco, sono molti. Propose al proprio superiore di allestire, come molte catene della grande distribuzione, un banco di prodotti in scadenza a metà prezzo, ma le fu risposto che doveva pensare a lavorare.
Alla richiesta di poter portare a casa l’invenduto che comunque sarebbe stato smaltito nel cassonetto dei rifiuti le fu risposto che era vietato perché “ogni bene che esce dal negozio deve per forza essere scontrinato“.
A. era perplessa: i beni che finiscono nel cassonetto, escono dal super non scontrinati. Allora suggerì di pagare quegli alimenti non ancora scaduti ma destinati al cassonetto, sottoprezzo, di modo da scontrinati. La risposta fu un no tassativo “per ragioni di salute pubblica“.
“Mi rendo conto di non essere un medico – spiega A. nel suo racconto – ma se oggi fosse il primo gennaio e la data di scadenza indicata su un prodotto fosse 3 gennaio, e io domando di poterlo acquistare sottoprezzato poiché comunque finirà nel cassonetto dei rifiuti, in che modo esattamente starei mettendo a repentaglio la mia salute? ”
Di fatto l’unica maniera affinché un dipendente potesse portarsi a casa generi alimentari non ancora scaduti ma comunque smaltiti per politica aziendale, era recuperarli nel cassonetto solo dopo che ivi fossero stati buttati.

Molti indigenti recuperavano cibo dai cassonetti: A. prese l’abitudine di appoggiare i prodotti buoni accanto al cassonetto per evitare che fossero costretti a tuffarsi nel cassonetto, soprattutto quando piove e il contenuto del bidone diventa poltiglia. Fu scoperta e sgridata: il cibo da smaltire doveva essere tassativamente buttato nel cassonetto. Non si poteva portare a casa, non si poteva comprare sottoprezzo e non si poteva dare ai bisognosi. Non importava se non era ancora scaduto, la regola era quella e non si poteva infrangere.

La cosa buffa è che le stesse persone che additavano la sanità pubblica come motivo per non poter vendere prodotti che sarebbero scaduti due giorni dopo era la stessa che, scaduti prodotti come l’insalata russa in vaschette, richiedevano ai dipendenti di assaggiarle alla scadenza: se fosse stato ancora buono, dovevano porlo in nuove vaschette etichettate con una nuova scadenza.

A. non capiva: non le era permesso comprare sottoprezzo prodotti non ancora scaduti per motivi di “sanità”, però le veniva chiesto di assaggiare “prodotti già scaduti” per verificarne la qualità ed eventualmente rimetterli in vendita con una nuova scadenza?

La legge Gadda

Fortunatamente sono subentrati dei provvedimenti normativi volti a sopperire all’emergenza spreco. E’ dell’agosto 2016 la c.d. Legge Gadda: Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi (Testo completo sulla Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 202 del 30-08-2016), sul modello della normativa francese che, nel 2016, è stato il primo paese ad attivarsi da un punto di vista normativo per sopperire agli sprechi. Lo scopo è quello di facilitare gli esercizi pubblici nel donare gli alimentari invenduti: pane entro 24 ore, i cibi che indicano “da consumarsi preferibilmente entro il…”, sempre nell’osservazione delle regole di conservazione e trasporto degli alimenti.

Questa legge, a braccetto con l’assunzione di responsabilità dei consumatori nei confronti del cibo, come ad esempio evitare di acquistare più di quanto si riesca a consumare e conservare gli avanzi dei pasti al posto di buttarli, sono atteggiamenti ai quali dovremmo re-imparare ad educarci. Al ristorante è buona abitudine richiedere la “doggy-bag” quando non si riesce a consumare tutto il pasto. Nella legge è addirittura previsto che le regioni possano stipulare accordi con i ristoratori perché si dotino “di contenitori riutilizzabili, realizzati in materiale riciclabile, idonei a consentire ai clienti l’asporto dei propri avanzi di cibo”.

Perché ho condiviso questi racconti

L’intento di questa condivisione, che mi ha fatto riflettere sulle dinamiche di cui il consumatore è all’oscuro, è quello di portare a galla consapevolezza sullo spreco alimentare. Ormai molti supermercati dedicano appositi reparti ai prodotti in scadenza a metà prezzo: oltre che sopperire allo spreco, è anche utile per il negozio che, al posto del rifiuto, riesce a ricavare un guadagno.

Personalmente tendo ad evitare la grande distribuzione, eliminando il problema in radice: preferisco i mercati agricoli e i negozi sfusi per cereali, legumi e pasta oltre che detersivi alla spina. Tuttavia non è sempre possibile, la grande è qualcosa con cui dobbiamo fare tutti i conti.


Sono fermamente convinta che il buon senso e l’umanità dovrebbero essere atteggiamenti alla base delle nostre azioni quotidiane, sia in relazione ai nostri consumi che alle nostre abitudini domestiche. Ogni nostro gesto ha un impatto e assumerne reale consapevolezza è il primo passo verso il cambiamento.

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