Il mercato della grande produzione, nell’ambito dell’industria tessile, è quanto di più lontano ci possa essere dall’ecosostenibiltà. Esso infatti comporta la produzione in massa di capi di abbigliamento, con grande consumo di energie e risorse, spesso a scapito della qualità. I materiali più usati, poiché meno costosi, sono infatti fibre sintetiche. Queste fibre, oltre a non essere smaltibili in maniera ecologcica, rilasciano microplastche durante i lavaggi che finiscono negli scarichi e quindi nei nostri mari. Esistono alternative a tutto ciò?

Si, la moda può (e dovrebbe) essere etica e sostenibile.

La moda ecosostenibile (Slow Fashion) è un approccio al più ampio concetto di moda, basato sull’etica della sostenibilità: a partire dalle condizioni di lavoro dei dipendenti, fino alla qualità dei tessuti e dei materiali impiegati (inclusa la loro provenienza). I materiali sono non-inquinanti, ovvero smaltibili in maniera organica. Esempi sono le fibre di cotone, di canapa o di lino. Anche la seta è fibra naturale, seppur esista un lotta abientale contro lo sfuttamento dei bachi.

Non si tratta solo di piccole botteghe o produzioni artigianali: esistono anche grandi brand affermati nel settore della moda (come Stella McCartney) che utilizzano materiali ecologici in linea con l’etica della sostenibilità.

Cos’è la Global Organic Textile Standard (GOTS)?

La GOTS è leader mondiale nel controllo dei criteri sociali ed ambientali utilizzati nella produzione delle fibre organiche: l’associazione, all’esito dei controlli, rilascia certificazioni che confermano l’assenza di sostanze chimiche che danneggino la biodegradabilità del prodotto, all’interno delle fibre utilizzate.

I principi chiave della moda ecosostenibile:

  1. Le condizioni di lavoro dei dipendenti: si combatte lo sfruttamento di lavoratori (inclusi i bambini). Spesso le grandi aziende producono i loro capi in paesi in via di sviluppo poiché il costo della manodopera è minore, a scapito dei diritti degli stessi.
  2. Riciclo: è uno dei punti chiave. L’obbiettivo è quello di produrre meno rifiuti possibili, eliminando solo il necessario.
  3. I diritti degli animali: dalle pellicce, alle piume o la lana, si incentivano le aziende che non ledono animali nella propria catena di produzione.
  4. Slow Fashion: in contrapposizione alla fast fashion che produce moltissimi capi in poco tempo, con ricadute gravi sull’ambiente e sulla tutela dei lavoratori.
  5. Valutazione: da A (ottima) a D (scarsa).
  6. Stoffe ecologiche: impiego di stoffe come lino, canapa e cotone, tutte fibre vegetali.
  7. Acqua: riduzione massima del suo impiego nella produzione di capi di abbigliamento.

I materiali:

  1. La canapa, la seta, la lana, il cashmere e il lino: sono tutte materie prime naturali e biodegradabili. La loro lavorazione avviene attraverso processi meccanici e non chimici. Sulla lana, il cashmere e sulla seta sono in atto delle controversie sollevate da associazioni animaliste, legate alla modalità di recupero delle stesse a seconda di come gli animali vengono trattati.
  2. Il bambù: ecosostenibile (seppur tessuto artificiale) e biodegradabile.
  3. Il tencel o lyocell: di recente scoperta, si ottiene dalla polpa di legno degli alberi di eucalipto, il che rende la fibra cellulosa compatibile da un punto di vista ambientale. Biodegradabile e necessita di un consumo di acqua 10/20 volte minore rispetto alla produzione del cotone.
  4. Il cotone: è naturale e biodegradabile e non necessita l’impiego di agenti chimici.

Tutti questi materiali hanno il vantaggio di essere naturali (non servono agenti chimici per la loro lavorazione), biodegradabili, consumano meno acqua in produzione rispetto ai materiali artificiali e producono tonnellate in meno di CO2.

I grandi marchi:

Buona notizia: l’industria slow fashion oggi è in crescita ed anche tanti grandi brand si stanno convertendo all’etica della sostenibilità.
Reebok ha prodotto scarpe biodegradabili (fatte in cotone e mais), Zara, Puma, Adidas, Valentino e Levi’s si sono anch’essi avvicinati con alcuni prodotti.
Un marchio di alta moda che si è “convertito” é Stella McCartney che si basa – per la propria produzione – sul rispetto per la natura, per le persone, per gli animali e nessuno spreco di materiale.

Al contrario alcuni marchi, come Moncler, hanno sconvolto l’opinione pubblica per le condotte poco etiche. Nello specifico è venuto fuori il trattamento che Moncler riservava alle oche in Ungheria.

#whomademyclothes

E’ un hashtag lanciato nel 2016 durante la Fashion Revolution Week, che dimostra come piano piano le coscienze delle persone si stiano risvegliando, assumendo consapevolezza dell’universo che si nasconde dietro ad un “semplice” capo di abbigliamento.

Nella società capitalistica in cui viviamo oggi, dove ogni bene è immediatamente pronto all’uso (…e getta!) non siamo più portati a porci domande che invece sono fondamentali. Schierarsi nella lotta ai cambiamenti climatici ma continuare a comprare vestiti provenienti dalla grande distribuzione (senza indagare tutto quello che c’è dietro) sorseggiando acqua da una bottiglietta in plastica monouso, è una vera e propria contraddizione in termini.

Bisogna imparare a farsi domande, essere consapevoli di ogni nostra singola azione e delle sue ripercussioni, poiché ogni gesto – anche il più insignificante – fa davvero la differenza.

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