Dai riflettori alla mia casa: 10 azioni verso un’umanità più responsabile.

Grazie a Marta V., amica di PI0 – Progetto Impatto Zero, per questo interessante contributo al blog sul Decalogo Westwood.

Chi è Vivienne Westwood

Vivienne Swire, conosciuta come Westwood, classe 1941, è la stilista britannica che ha scritto – a suon di schemi rotti – la storia sartoriale del Punk. Premiata due volte come “stilista britannica dell’anno“, con il suo attivismo ha superato i confini dell’ago e filo.
Nel settembre 2005 si unisce a Liberty, nella lotta per i diritti umani. Nel 2014 si rasa i capelli per portare i riflettori sui disastri causati dall’emergenza climatica [1]. Supporta PETA, e lavora a campagne per educare a un’alimentazione vegetale e sensibilizzare sull’impatto idrico causato dall’industria della carne. Si batte contro il consumismo e collabora con organizzazioni no profit.

Il marchio Westwood è stato accusato di proporre abiti “made in china”, con poliestere, rayon, sostanze chimiche nocive [2], ma non è di questo che voglio parlare.

Il decalogo Westwood

Vivienne ha lanciato climaterevolution.co.uk con l’interno di agire (e incoraggiare ad agire) per l’emergenza ecologica. Nel sito espone un “piano per salvare la terra”, lucido e senza vie di mezzo. Su Facebook presenta un decalogo [il decalogo Westwood], trampolino di lancio per la sua rivoluzione. 

Seppur mi impegni a condurre uno stile di vita a basso impatto ambientale da anni, leggere i punti scritti nel Decalogo Westwood è stato illuminante: riassumono in modo lucido e spiazzante le basi del mio impegno. La riprova che personaggi di spicco diano anima e cuore per creare una nuova consapevolezza, mi ha dato ancora più forza. 

1. Il denaro è il mezzo per un fine, non un fine in sé e per sé. 

La struttura capitalistica del mondo occidentale sta mettendo a dura prova il Pianeta. Tendendo ad accumulare senza obiettivo, si rischia di pendere di vista l’ambiente. Quando immagino il futuro dei miei risparmi, dò loro un senso, un contenitore: cerco di allineare le mie scelte economiche ai miei valori. 

2. Qualità contro quantità 

Nell’era della fast fashion e dei fast food, del risparmio ad ogni costo sull’immediato e dello spreco a lungo termine. E le conseguenza di questo stile di vita. Ciò che indosso o mangio, ciò di cui mi circondo ha un prezzo – non solo in termini economici ma anche sociali e ambientali. Acquistare è un atto politico, oggi più che mai. 

Che realtà promuovo, con il mio denaro? Quali atteggiamenti finanzio? 

Un capo di qualità (di prima o seconda mano), prodotto con materiali naturali e nel rispetto dell’ambiente e dei diritti della persona, nonché prodotto localmente fa meno male:
– alla Terra;
– all’acquirente;
– al produttore,
– al portafogli.
Dieci maglioncini a basso costo in acrilico, acquistati in Italia e fabbricati in Sri Lanka da persone che lavorano in condizioni non sempre rispettose dei diritti umani oppure un unico maglione, di qualità, magari più costoso ma sicuramente più longevo e non dannoso per l’ambiente? Il costo economico sarà lo stesso, i vantaggi per ambiente e individuo, nettamente maggiori con la seconda opzione.

3. Acquistare meno, scegliere meglio, far si che duri. “Io non spreco mai il denaro, io lo spendo” diceva Oscar Wilde. 

Quando acquistiamo un bene, ci domandiamo realmente se ne esiste un bisogno reale o stiamo solo sopperendo a bisogni indotti dal marketing delle aziende produttrici? Ci ricordiamo mai di chiederci che effetto avrà sull’ambiente (e sui suoi abitanti), questo ennesimo acquisto?
Questo pensiero è frutto del privilegio di una persona in discrete condizioni economiche e integrata nella società, ma non smetto di credere che possa essere una buona – piccola – riflessione per chiunque. 

4. Preparare e cucinare il proprio cibo. 

Da dove arriva il cibo? Qual è l’impronta idrica delle proteine che metto nel piatto? Il cioccolato che compro può esser stato responsabile degli incendi in Amazzonia? In un mondo dove avere tutto è la norma, interrogarsi sulle proprie scelte – quando hai a cuore il futuro – è un vero e proprio dovere.

5. Eliminare, quando possibile, la plastica. 

Le micro-plastiche sono entrate nella nostra catena alimentare, sono state ritrovate in ghiacciai a 4000 mt di altitudine. Isole di detriti in PET galleggianti sono comparse in ogni oceano, e il Mar Mediterraneo non è da meno. 

6. Tenersi informati. 

Può capitare di avere, talvolta, “l’ansia da brutte notizie” tendendo dunque ad evitare i media che sono un focolaio di stragi e disastri. L’approccio più ragionevole è quello di selezionare fonti adeguate e nelle quali si ripone fiducia, ma non smettere mai di informarsi ed imparare, la conoscenza è la base della consapevolezza e sulla consapevolezza si radica il cambiamento.

L’emergenza ambientale deve diventare un’esigenza concreta per tutti noi, non può più rimanere solo teorica. Partendo da piccole abitudini possiamo iniziare ad abbassare il nostro impatto ambientale: riducendo l’uso di plastica monouso e di derivati dal petrolio. Informarsi sullo stato del pianeta, sull’inquinamento causato dalla fast fashion e dall’industria zootecnica – piccoli gesti che possono aprire gli occhi.

7. ONG: ce ne sono migliaia, sostenetene una in particolare e date ad essa il vostro contributo. Apprenderete molto. 

E qui c’è poco da aggiungere.

8. Tenere conto della responsabilità di non avere o di avere bambini. 

E’ un momento storico di cambiamento: la crisi climatica lo ricorda, ancora una volta, con questa primavera di fine febbraio.
Per come è ora, il mondo – spremuto da poche élite industriali -, si sta rivelando un’ostile eredità di lasciare alle generazioni future.

Gli adulti di ogni epoca hanno avuto delle controversie: la nostra sta nel ridurre l’impronta antropocentrica sulla Terra.
Cosa significa?
Insegnare il rispetto e l’educazione a chi verrà dopo di noi.
Impegnarsi per trovare alternative all’industria intensiva alimentare e alla massiva produzione usa e getta.
Insegnare il valore delle cose e, prima ancora, della gentilezza. Perché, in questo mondo dominato da grandi figure e grandi valori maschili, sento la necessità di inumidire questo terreno riarso anche con una conoscenza meno impattante.

9. Prendere parte attivamente alla Rivoluzione che ci si sta apprestando a costruire. 

Chiediamoci: in tutto ciò, cosa possiamo fare individualmente?

Le più grandi rivoluzioni sono nate da gesti all’apparenza privi di potere. Le scelte alimentari e commerciali hanno una grande risonanza sull’economia: i tuoi cari cercheranno di capire perché non mangi determinati alimenti, perché preferisci l’autobus, perché le creme petrolchimiche che promettono miracoli non ti interessano.
Parliamone: ogni parola può suscitare una riflessione, un cambiamento, e così via. 

10. Impegnarsi nell’arte e nella cultura (consumatore scendi dal tapis roulant, discrimina, non subire). 

“Discrimina” non è una parola da tutti i giorni ma, in sostanza, significa anche “scegliere”. Scegliere con la propria testa anzi che attraverso la voce suadente delle pubblicità piantata davanti al tappeto mobile di quel tapis roulant, avere un pensiero critico e informarsi, anzi che perpetrare una condotta perché “si è sempre fatto così”.

Ho scelto di educarmi e di dare il mio esempio perché mi sono allenata nel discernere ancora più profondamente.

Il decalogo Westwood sembra proprio essere a misura della vita di qualsiasi cittadino.
Ci ricorda che non importa quanto piccola io sia: tutte e tutti possiamo attivaci.
E, insieme, possiamo tracciare la strada verso un mondo più responsabile, più semplice, più pulito.

Note

[1] Olivia Bergin, Vivienne Westwood Cut Off Her Hair To Promote Climate Change, Telgraph.co.uk, 6 March 2014.

[2] James Lyons (15 March 2015). “Westwood’s anti-fracking frock turns toxic”. The Sunday Times. Retrieved 21 February 2016.

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