Sono venuta a conoscenza della storia di Cooperativa Ventuno leggendo il libro SPAM Stop Plastica A Mare di Filippo Solibello, conduttore della trasmissione radiofonica Caterpillar su RaiRadio 2 e promotore della campagna M’illumino di meno, la cui lettura consiglio caldamente a chiunque abbia interesse ad approfondire tematiche legate alla tutela dell’ambiente, in ogni suo aspetto.

Questa storia mi ha offerto la possibilità di approfondire un argomento del quale ho sempre saputo troppo poco ma che purtroppo, seppur in maniera indiretta, ci tocca molto più da vicino di quanto a volte percepiamo: il discorso delle Ecomafie.

Cosa sono le Ecomafie

Il termine è stato coniato dall’associazione Legambiente con riferimento alle organizzazioni criminali di stampo mafioso che, con le loro condotte, oltre a trarre profitti illeciti, danneggiano l’ambiente in maniera consistente. Generalmente si parla di ecomafie riferendosi alle associazioni criminali nell’ambito dello smaltimento illegale di rifiuti, ma non solo.

Questa storia ha luogo in Campania ed i protagonisti sono Massimiliano Noviello e Gennaro Del Prete i quali, insieme, hanno dato vita a Cooperativa Ventuno. Massimiliano e Gennaro si sono trovati vittime di un comune destino di sofferenza, dal quale però non si sono lasciati abbattere andando avanti a testa alta e dando vita ad un progetto di lotta alle mafie sul territorio e contestualmente di tutela dell’ambiente.

Piazza di fronte all’ufficio in cui la camorra ha ucciso Federico Del Prete

Non è un segreto sul territorio campano, in alcune aree, la mafia regni incontrastata. Federico Del Prete, papà di Gennaro, era il presidente del Sindacato Nazionale Autonomo Ambulanti e portava avanti la sua battaglia nel difendere i commercianti costretti a pagare il pizzo: per questo motivo, è stato ucciso. Il meccanismo con cui operavano i criminali era semplice: i commercianti erano costretti ad acquistare i sacchetti di plastica indicati dalla camorra. Non si pagava più la protezione, ma i servizi. L’operato di Del Prete ha portato all’arresto di diversi malviventi e, “casualmente”, la sera prima della testimonianza di Del Prete al processo, il 18 febbraio 2002, Del Prete venne ucciso con cinque colpi di pistola nel proprio ufficio. A lui è stata intitolata la piazza di fronte all’ufficio in cui gli hanno sottratto la vita, anche la sede anti-racket di Mondragone che porta il suo nome.

Domenico Noviello, invece, papà di Massimiliano, venne anch’egli ucciso barbaramente a seguito della denuncia sporta nei confronti del clan del Bidognetti, il 16 maggio del 2008, per un tentativo di estorsione ai danni della sua autoscuola. La sua testimonianza portò a diversi arresti e la camorra non lo lasciò impunito uccidendolo con più di venti colpi di arma da fuoco. Il comune di Castel Volturno gli ha intitolato la piazza in cui fu ucciso oltre alla medaglia d’oro al Valor Civile.

Il racket dei sacchetti di plastica, purtroppo, ancora oggi è realtà: procura grossi profitti alle associazioni di stampo mafioso che lo gestiscono e incommensurabili danni all’ambiente.

Sacchetti legali e sacchetti illegali: cosa significa?

In ottemperanza a quanto stabilito da apposite norme europee (Art. 9 bis della Direttiva direttiva (UE) 2015/720 del Parlamento Europeo e del COnsiglio del 29 aprile 2015 che modifica la direttiva 94/62/CE) sulla riduzione dell’utilizzo di borse di plastica in materiale leggero, dal 1 gennaio 2018 è entrato in vigore il divieto di commercializzazione di buste di plastica. Da tale data, infatti, possono essere commercializzate esclusivamente borse biodegradabili e compostabili e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40% che sarà aumentato al 50% dal 1 gennaio 2020 e al 60% dal 1 gennaio 2021. Sostanzialmente viene stabilito il divieto di commercializzazione delle borse di plastica in materiale leggero, nonché delle altre borse di plastica.

Fanno eccezione le borse di plastica riutilizzabili : se fornite per merci che commercializzano prodotti alimentari come imballaggio per il trasporto dovranno contenere almeno il 30% di plastica riciclata e lo spessore della parete dovrà essere superiore a 200 micron; se fornite, invece, in esercizi che commercializzano esclusivamente merci e prodotti diversi dai generi alimentari, la percentuale di plastica riciclata sarà almeno del 10% e lo spessore superiore a 100 micron. In ogni caso non è ammessa la distribuzione a titolo gratuito e il prezzo di vendita dovrà risultare dallo scontrino dei prodotti acquistati.

La normativa riporta testualmente che “Chi non rispetta quanto previsto, rischia di incorrere in una sanzione amministrativa pecuniaria da 2.500 a 25.000 €. La sanzione è aumentata fino al quadruplo del massimo se la violazione del divieto riguarda ingenti quantitativi di borse di plastica oppure un valore di queste superiore al 20 % del fatturato del trasgressore, nonché in caso di utilizzo di diciture o altri mezzi elusivi degli obblighi”.

In sostanza, gli unici sacchetti monouso legali e dunque commercializzabili sono quelli con la dicitura “biodegradabile e compostabile“, fatta eccezione per le buste di plastica riutilizzabili.

Il racket dei sacchetti di plastica

Oltre a danneggiare l’ambiente e i commercianti, il racket adduce l’ulteriore rischio di sanzione in capo al commerciante stesso derivante dall’eventuale individuazione da parte delle autorità della violazione del divieto di legge sulla commercializzazione di buste di plastica illegali, con multe salatissime.

Una interessante lettura per chi volesse approfondire il discorso delle ecomafie è “Rapporto Ecomafia 2018“, di Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, il quale ogni anno provvede a pubblicare un libro con la storia e i numeri delle ecomafie. Ogni giorno le autorità verbalizzano circa 84 reati ambientali tra riciclo di rifiuti, fauna selvatica, incendi boschivi e cemento, per un totale di 3,2 miliardi di fatturato annuo illegale.

Ad oggi la maggior parte dei sacchetti illegali è imputata ai mercati rionali, con cifre che si girano attorno ai 100 mila al giorno e una perdita netta per la legale ed ecosostenibile filiera dei sacchetti biodegradabili: 160 milioni di € all’anno che potrebbero finire nelle tasche di lavoratori onesti che invece finiscono nelle tasche delle mafie.

A tal proposito, dunque, tornando a Massimiliano e Gennaro, il progetto Cooperativa Ventuno si occupa di commercializzare prodotti ecologici e compostabili ovvero i sacchetti in Mater-Bi. Grazie a Cooperativa Ventuno ora molti commercianti hanno la possibilità di rifornirsi con sacchetti legali e certificati. Cooperativa Ventuno è supportata da Novamont (azienda che ha inventato il Mater-Bi) e dalla rete delle associazioni anti-racket.

Acquistare da loro i sacchetti legali e biodegradabili, invece che quelli di plastica illegale, oltre che essere un gesto ecologicamente responsabile, porta con sé indubbiamente un forte messaggio sociale e politico: significa sottrarre terreno fertile alla criminalità.

Di seguito un video del 2016 in collaborazione con Legambiente e il personaggio di Gommorra “Don Savastano” che parla del racket del sacchetti di plastica, #unsaccogiusto

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