In quella che definisco la mia vita precedente, molto diversa dalla me di ora, sono stata una consumatrice seriale. Tuttavia, non rinnego nulla poiché ogni tappa fa parte del percorso che mi ha portata dove mi trovo oggi.

Azionista di maggioranza di catene come Mango e Zara, in maniera automatica e tendenzialmente irragionevole, utilizzavo le mie scarse risorse economiche alla costante ricerca e rincorsa di capi, accessori e oggetti d’arredo che mi avrebbero fatta sentire in un certo modo. Indossando e possedendo i quali sarei potuta essere una persona diversa, senza dubbio più bella e quindi piú “piacevole”, sicuramente “migliore”. Una vera e propria consumatrice seriale.

Perché consumavo tanto (e male)?

Ci ho messo del tempo a capire che questa mia rincorsa ai consumi fosse legata a un desiderio profondo di essere “migliore” di quel che ero (nel senso più ampio del termine). Da cosa nasceva questa necessità?

Da un senso di inadeguatezza, alimentato in maniera significativa da tutte quelle immagini su riviste, online, sui cartelloni, nei film, nei programmi TV, ovunque… che stabiliscono in maniera insindacabile come una persona deve essere per essere socialmente accettabile (e quindi accettata) e come, di contro, non rispettando determinati standard non si fosse “adeguati”. 

Quando ero ragazzina, non c’era tutta la consapevolezza di oggi sull’universo che si cela dietro la società dei consumi. Riuscivo a indirizzare il mio esiguo potere di acquisto di giovane donna che si affacciava al mondo del lavoro verso il soddisfacimento di un bisogno irreale dopo l’altro. In una rincorsa senza fine in quanto nessun capo di abbigliamento né componente di arredo, di mi ha mai di fatto trasformato in una persona diversa.

Una consumatrice seriale verso consumi più responsabili

Mi sono avvicinata al mondo della sostenibilità nel 2016, a fronte di un evento personale doloroso che mi ha portato a domandarmi cosa conta davvero e soprattutto mi ha spinto a cercare le risposte giuste.

Lungo il cammino ho studiato e approfondito questi temi: la chiave di volta sono stati i libri con le teorizzazioni di Bauman sulla società liquida: con una lucida e terrificante analisi della società dei consumi, mi ha aiutato ad avere una visione più chiara di dinamiche automatiche e come scardinarle. Ad esso si aggiungono documentari come quello di Andrew Morgan del 2015, “The true cost” che in maniera trasparente ed esaustiva racconta tutto ciò che si cela dietro alla fast fashion. Oggi, infatti, acquisto capi di abbigliamento se mi servono o mi piacciono realmente. Tendenzialmente di seconda mano o scambiati agli swap parti che organizziamo con TerraLab, la Onlus di cui sono orgogliosamente cofondatrice e presidente. Oppure mi rivolgo a brand sostenibili e per questo molto più costosi, acquistando beni che sono destinati a durare nel tempo. A coronare il percorso, IL documentario che chiunque dovrebbe vedere. MINIMALISM, A documentary about the important things, dei The Minimalists che recupera il pensiero di Bauman andando oltre e applicandolo alla società attuale in ogni suo aspetto.

Il guadagno del mio cambio di prospettiva, dal 2016 ad oggi, è avvenuto in termini di tempo, in termini emotivi e in termini di risparmio di risorse che posso investire altrove. 

Ho scelto di condividere questo mio percorso per rassicurare tutte le persone che sono agli inizi di un cammino verso una vita più sostenibile e di tanto in tanto si sentono scoraggiati. Cambiare abitudini é difficile: il primo passo è assumere consapevolezza sui motivi per cui desideriamo cambiare e interiorizzarli. In secondo luogo è indispensabile mettersi nell’ottica di un percorso: è necessario procedere un passo alla volta, solo così possiamo percorrere grandi distanze.

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